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WikiLeaks, il soldato Manning: ‘Mi sento donna chiamatemi Chelsea’

LaRedazione - 23 agosto 2013
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23 agosto 2013
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I colpi di scena nella complicata vicenda WikiLeaks sembrano non finire mai. Il soldato statunitense Bradley Manning, dopo essere stato condannato in via definitiva ad una detenzione di 35 anni per aver trasmesso documenti molto riservati al famigerato sito, ha reso nota la sua intenzione di cambiare sesso. La dichiarazione è stata fatta il giorno seguente alla condanna definitiva con l’imputazione di aver trasmesso a WikiLeaks più di 700mila documenti.
Manning ha palesato l’intenzione di sottoporsi il prima possibile ad un’intensa terapia ormonale per poter vivere finalmente un’esistenza da donna e desidera essere chiamato Chelsea. Intanto ringrazia tutti coloro che gli hanno inviato lettere di sostegno e che nel corso dei mesi hanno seguito con intensa passione tutte le fasi del processo.
La pena detentiva di 35 anni dovrà scontarla in Kansas all’interno del penitenziario militare di Fort Leavenworth e l’esercito si è già espresso riguardo alle richieste di Manning dichiarando di non essere disposto a pagare neanche un cent per queste cure così come non fornirà mai un contributo per pagare l’eventuale operazione per il cambio definitivo di sesso.
La diffusione dell’appello di Manning è stato affidato nelle mani del conduttore televisivo del programma Today Show trasmesso dalla Nbc che lo ha letto in diretta durante l’intervista al legale del giovane ovvero David Coombs.
Gli avvocati difensori del giovane Manning si dicono fiduciosi e stanno attendendo che arrivi al più presto una grazia dalla Casa Bianca ma per il momento Barack Obama non si è ancora pronunciato sulla vicenda.
Nel processo appena terminato, durante la difesa, è stata messa in evidenza la pressione esercitata sull’imputato affinché non dichiarasse il suo desiderio di diventare donna.
Intanto, dopo la sentenza che ha condannato Manning, Anatoli Kucherena, ovvero l’avvocato russo che sta difendendo Edward Snowden, si dice certo che sia la dimostrazione palese che un processo equo per il suo assistito negli Stati Uniti non ci sarà mai. Per il momento Snowden, la talpa del datagate, rimane al sicuro nello stato russo che gli ha offerto asilo politico.

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