Fabrizio Corona: io, arricchito da Fotopoli

Intervistato da Radio 105, Fabrizio Corona ha confermato ciò che tutti si aspettavano: il suo patrimonio personale si è arricchito sensibilmente grazie alla vicenda Fotopoli e al carcere al punto che ogni sua prestazione vale ormai una fortuna.

“Un milione e mezzo di euro l’anno” è infatti l’ammontare dei contratti stipulati dal paparazzo per lo sfruttamento del marchio Corona’s, per il libro La mia prigione che uscirà a metà luglio, per un film e per un disco rap.

“Gli 80 giorni che mi sono fatto in carcere sono costati allo Stato un sacco di denaro ed è denaro delle tasse degli italiani. Gli italiani hanno pagato un sacco di tasse per far diventare me ancora più ricco di quello che ero”, ha dichiarato in maniera Fabrizio Corona.

“Il marchio Corona’s”, ha aggiunto, “sarà sfruttato su indumenti intimi, occhiali, caschi, abbigliamento, linee per i bambini, oggetti in pelle, gioielli, calze, portacellulari e cartoleria. Praticamente tutto” e a ciò va aggiunto “un minimo garantito che supera il milione di euro l’anno più il 10% di royalties”.

In fermento dopo l’uscita dal carcere, Corona ha dichiarato di aver lavorato per bene per la prima volta lunedì quando ha “tenuto la prima riunione in ufficio con i venditori per la distribuzione dei servizi ai giornali. Ne abbiamo ridistribuiti 25”, tutti per settimanali di gossip.

Gli stessi settimanali che lo stanno consacrando come personaggio e grazie ai quali la sua esistenza è cambiata e sta virando verso quell’ascesa monetaria tanto agognata.

Non a caso Fabrizio Corona ama ripetere: “prima ero il marito di Nina Moric, ora sono io, Fabrizio Corona. La gente mi chiama, mi ama e mi adora”.

Al punto che Lele Mora lo ha voluto nella sua scuderia per farne un vero e proprio personaggio, “un artista” come ama definirsi Corona stesso.

Il quale per un attimo, durante l’intervista, si fa moralista e incalza: “la verità è che io sono il prodotto di questa Italia. L’Italia vuole questo. Se la gente, i vip presunti o veri, non avessero qualcosa da nascondere, il mio lavoro non avrebbe senso. Non tocca a me decidere ciò che è etico e ciò che non lo è. Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del c….”.

Eh si, hai voluto la bicicletta e ora pedali… dice lui…