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14 Dec

Facebook: parlare male di qualcuno senza fare nomi è diffamazione

Michela Fiori
17 aprile 2014
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diffamazione facebook

Chi su Facebook parla male di una persona senza nominarla direttamente ma indicando dei particolari che possano renderla identificabile può essere condannato per diffamazione. A indicare la via è la prima sezione penale della Cassazione che ha annullato con rinvio, l’assoluzione, nei confronti di un maresciallo della Guardia di Finanza che, sul proprio profilo Facebook, aveva usato espressioni “diffamatorie” nei confronti di un suo collega. La sentenza sospesa era stata pronunciata dalla Corte militare d’Appello di Roma.

Il maresciallo era stato condannato (poi assolto) per aver scritto sul suo profilo “Attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di un collega raccomandato e leccaculo…ma me ne fotto per vendetta….”. La pena in primo grado equivaleva a tre mesi di reclusione militare (con i doppi benefici) per diffamazione pluriaggravata. Ora la sentenza della Cassazione rimette tutto in gioco.

“Ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione – si legge nella sentenza depositata dai giudici di Cassazione – è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa. Il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico- continua la sentenza – essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due”.

Ai fini di tale valutazione, concludono “non può non tenersi conto dell’utilizzazione del social network, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Guardia di Finanza, né alla circostanza che in concreto la frase sia stata letta soltanto da una persona”.

Se vi è mai venuta voglia di mandarle a dire a qualcuno su Facebook, avete aspettato troppo: ora non è più il caso.

[foto: qn.quotidiano]

 

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