Dichiarazioni dei redditi online, cosa dice la legge

Dopo la pubblicazione online dei redditi degli italiani risalenti al 2005, si è scatenato un putiferio che ha portato all’apertura di un’inchiesta presso la Procura di Roma.

Inchiesta che vede coinvolti i vertici dell’Agenzia delle Entrate, chiamati a spiegare in che modo e per quale motivo hanno scelto di mandare online dei dati personali e sensibili relativi alla popolazione italiana senza prima aver consultato non solo gli italiani stessi ma l’organo competente in materia, il Garante per la privacy.

Ciò perchè a livello legislativo è il Codice della Privacy, approvato con decreto legislativo 196/2003, a stabilire che il titolare del trattamento dei dati deve trattare gli stessi secondo i principi di liceità, necessità e finalità ovvero essere utilizzati solo per i motivi per i quali sono stati raccolti e che non sono contemplati dalle modalità di pubblicazione attuata dall’Agenzia delle Entrate.

E non a caso la Procura di Roma ha avviato indagini per la violazione dell’art. 167 del Codice della Privacy in relazione al reato di trattamento illecito dei dati stessi in quanto, come cita lo stesso codice, "salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sé o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 18, 19, 23, 123, 126 e 130, ovvero in applicazione dell’articolo 129, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da sei a diciotto mesi o, se il fatto consiste nella comunicazione o diffusione, con la reclusione da sei a ventiquattro mesi. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarne per sè o per altri profitto o di recare ad altri un danno, procede al trattamento di dati personali in violazione di quanto disposto dagli articoli 17, 20, 21, 22, commi 8 e 11, 25, 26, 27 e 45, è punito, se dal fatto deriva nocumento, con la reclusione da uno a tre anni".

Ma lo stesso Codice della Privacy all’articolo 4 stabilisce che sono "dati sensibili, i dati personali idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonche’ i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale". Dunque il reddito non è un dato sensibile.

Intanto il Codacons si costituisce parte offesa nell’ambito dell’inchiesta avviata dalla Procura di Roma e chiede un risarcimento di 20 miliardi di euro per violazione delle norme penali sulla privacy che andrebbe ripartito tra i 38 milioni di contribuenti italiani per un totale di 520 euro ciascuno.

Carlo Rienzi del Codacons ha specificato i motivi per cui è necessario punire penalmente l’Agenzia delle Entrate sostenendo che il Consiglio di Stato con numerose pronunce ha definito ciò che è lecito e ciò che non lo è nella materia in questione: "laddove si tratti di redditi di soggetti che in vario modo sono alimentati da danaro pubblico o comunque destinati a finalità pubbliche", ha detto Rienzi, "è sicuramente ammissibile l’accesso alla denuncia dei redditi e la sua pubblicazione".

"Ad esempio"
, ha continuato Rienzi, "tutti i redditi degli addetti e dirigenti pubblici, compresi i componenti degli organi elettivi come Comuni, Regioni, Camera e Senato, pagati con danari dei cittadini sono accessibili a chi ne faccia richiesta. Lo stesso per i dirigenti degli enti pubblici, e delle società concessionarie come la Rai , Ferrovie, Acea, Poste e di qualsiasi altro ente che eroghi un servizio pubblico universale pagato dai cittadini o con una parte dei danari dei cittadini".

"Ancora sono pubblicabili i redditi di soggetti dello spettacolo, della politica, dello sport, della società civile, la cui notorietà e rilevanza e interesse sociale", ha aggiunto Rienzi, "faccia scattare il diritto – dovere di cronaca, che, come è noto, costituisce un diritto costituzionale pari a quello della riservatezza, e quindi una esimente da reati e rende non punibile ciò che altrimenti lo sarebbe".

"E altrettanto accessibili sono le denunce dei redditi quando esse servono al cittadino per difendersi in giudizio"
mentre "in pratica", ha concluso Rienzi, "chi vuole mettere il naso negli affari altrui deve avere un interesse qualificato e concreto, come stabilisce l’art. 25 della legge 241/90, e deve in ogni caso lasciare traccia della sua domanda di accesso e del suo interesse. Ciò anche ai fini della responsabilità che su di lui incombe ove il dato venga diffuso a terzi per sua colpa".

Insomma, la questione non può essere risolta pensando che, in virtù dell’art. 69 del D.P.R. 600/1973, sia lecita la pubblicazione online dei redditi degli italiani come se si stessero pubblicando gli stessi sul gazzettino comunale o sull’albo comunale in quanto le leggi in materia risalgono ad un’epoca che non contemplava la Rete come forma alternativa e allargata di comunicazione e dunque non considerava la possibilità di generare una diffusione così sistematica e sistemica dei dati personali.

Il punto è però anche un altro: se i dati sono liberamente consultabili da chiunque, come stabilisce la legge, cosa si può imputare all’Agenzia delle Entrate se non aver seguito un dettato legislativo vecchio e obsoleto?

La cosa sembra più contorta di quanto non appaia ad un primo esame e soprattutto si profila in qualche modo all’orizzonte una strana e italica situazione che porterà probabilmente il peer to peer a finire alle sbarre e i vertici a spostamenti per quanto riguarda mansioni e sedi; ma la vicenda potrebbe finire in un nulla di fatto e di tutto ciò resteranno solo le chiacchiere da bar su quanto guadagnano Totti e Ilary Blasi e quanto non dichiarano i politici…