Il peer to peer è legittimo!

Il pubblico ministero di Roma Paolo Giorgio Ferri ha chiesto e ottenuto dal giudice delle indagini preliminari Carla Santese l’archiviazione di un’inchiesta sullo scambio di file su Internet.

Il processo era iniziato in relazione ad una denuncia nella quale si lamentava la violazione della norma sulla tutela del diritto d’autore (art.14 legge 248/2000); nello specifico l’indagine, contro ignoti, si è concentrata sull’attività dei tre siti Beashare, Emuleitalia e Bittorrent.

Il pm ha argomentato le sue tesi in questo modo: "in assenza di una legislazione che crei una fattispecie ad hoc, non appare possibile dare rilevanza in questa sede ad un fenomeno assai diffuso, di difficile criminalizzazione ed avente accertamenti quasi impossibili in termini di raccolta della prova".

Nella richiesta di archiviazione, il pm Ferri ha dichiarato che lo scambio tra utenti di Internet "può avvenire sì per copie, ma anche per originali lecitamente acquisiti" e che "non sempre è ravvisabile quel lucro espressamente richiesto dalla norma penale anche se è indiscusso che sia colui che è download (chi acquisisce il dato), che colui che è upload (fornitore del dato) commetta un torto di natura civilistica per i diritti d’autore, comunque evasi".

Gli accertamenti sono stati compiuti in base alla legge 248 del 18 agosto 2000, che definisce le nuove norme di tutela sul diritto d’autore; nello specifico il fascicolo era aperto per l’articolo 14, che si sofferma su chi "abusivamente duplica, riproduce, trasmette o diffonde in pubblico con qualsiasi procedimento, in tutto o in parte, un’opera dell’ingegno destinata al circuito televisivo, cinematografico, della vendita o del noleggio, dischi, nastri o supporti analoghi ovvero ogni altro supporto contenente fonogrammi o videogrammi di opere musicali, cinematografiche o audiovisive assimilate o sequenze di immagini in movimento".
Questa sentenza ribalta un pronunciamento della magistratura di Bolzano che aveva ottenuto, su richiesta di un editore austriaco, l’indirizzo Ip dei computer dei migliaia di utilizzatori italiani di sistemi di file sharing dando vita a quello che mesi fa è stato chiamato il caso Peppermint.

La Fimi ha però subito precisato che "il Gip di Roma si è semplicemente riferito a singoli siti che offrono informazioni relative a programmi per fare peer to peer e non all’attività di singoli utenti che invece resta reato, così come previsto dalle legge italiana".

"E infatti", aggiunge la Fimi, "la normativa sul diritto d’autore agli art. 171 a bis e 171 ter a bis prevede sanzioni penali a carico di tutti coloro che immettono abusivamente fonogrammi tutelati in un sistema di reti telematiche; nello specifico una multa di 2.000 euro per coloro che condividono senza scopo di lucro e una multa fino a 15.000 euro con possibile pena detentiva fino a 4 anni per coloro che invece condividono a scopo di lucro".

Insomma di che gioire, almeno per adesso, c’è davvero poco.