Microsoft-Governo, accordo a spese della gente

La notizia per cui Microsoft e il Governo Italiano hanno stretto un accordo in base al quale l’azienda di Redmond aprirà tre poli di ricerca e formazione in Campania, Toscana e Piemonte è destinata a far parlare di sè e in maniera drastica.

Il punto è infatti: come mai il Governo ha scelto di sostenere un’azienda privata con i fondi provenienti dalle tasche dei cittadini che pagano le tasse? E, soprattutto, è morale che un’azienda privata sfrutti dei soldi pubblici per incrementare il suo business?

Obiezioni sollevate, tra gli altri, da Oliviero Dottorini, presidente della commissione Bilancio e Affari istituzionali della regione Umbria e promotore della legge regionale umbra relativa all’utilizzo di software libero, che sul suo sito Internet ha scritto che “la firma del protocollo d’intesa fra Ministero dell’Università, Ministero dell’Innovazione tecnologica e Microsoft è un grave errore. La nostra società non ha bisogno di aziende monopolistiche che applichino i loro standard e le loro licenze d’uso a discapito dei piccoli imprenditori e delle piccole e medie imprese che ogni giorno si vedono costrette a competere con i giganti dell’informatica”.

Anche Simone Brunozzi di Ubuntista si è posto lo stesso interrogativo e ha tentato di inviare una lettera di protesta all’onorevole Mussi, che ha firmato l’intesa; lettera aperta anche da parte dell’“Associazione per il Software Libero che propone al Governo un accordo molto più vantaggioso”.

Il punto non è se favorire il software libero o il software proprietario quanto trovare un motivo plausibile che spieghi come mai il Governo italiano abbia deciso di finanziare un’azienda privata con soldi pubblici e come mai non sia stato rispettato il programma elettorale dell’Unione che aveva, tra i suoi punti cardini, la diffusione organica dell’open source nella PA.

Sul programma dell’Unione si legge infatti: “dovremo tradurre in pratica le dichiarazioni di principio in favore della diffusione dell’Open Source nelle amministrazioni. Questa risorsa allevierà la dipendenza dalle onerose licenze commerciali” (pag. 37) e ancora che “per rendere libero lo spazio informativo dobbiamo garantire pluralità e libertà, ma anche: […] valorizzazione e incentivazione delle licenze non commerciali, del software open source e degli standard aperti” (p. 264).

Qualcuno farà luce su questa vicenda?
A giudicare dalle non reazioni della maggioranza di governo (che peraltro aveva siglato un accordo simile già nel quinquennio 1995-2000) e della minoranza il no sembra scontato.