A Shangai, anima della Cina

“Parigi d’Oriente”, “Perla d’Oriente”, “Regina D’Oriente” ma anche “Meretrice d’Oriente”, tanti epiteti per la città che è insieme la più ricca, la più popolosa e la più corrotta della Cina: Shangai.

Una metropoli affacciata sul mare che sintetizza tutto il fascino e le contraddizioni di questo immenso Paese.

Shanghai ne è la capitale economica e finanziaria; moderna e occidentale, poco ancorata alla tradizione e al forte retaggio storico del Sol Levante, eternamente in competizione con Hong Kong, l’altra metropoli della contemporaneità cinese.

 

Nonostante conflitti e opposizioni, a Shanghai la cultura ha sempre trovato il suo respiro: qui hanno transitato grandi scrittori, qui è stato realizzato il primo cortometraggio della Cina, qui si è accesa una forte e prolifica vocazione per la moda, bruscamente spenta dalla Rivoluzione Comunista, qui ha avuto termine una parte di quell’esodo europeo che ha visto in fuga tanti intellettuali e tanti Ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale, poi dirottati verso Hong Kong in una diaspora magistralmente raccontata da Wong Kar-Wai nel suo “In the Mood for Love”.

Arrivando a Shanghai il colpo d’occhio è tutto per la sua modernità: i grattacieli di Pudong, i cartelloni illuminati dei negozi della Nanjing Road, i 490 m della imponente Torre della Televisione o l’efficienza dei suoi trasporti (che favorisce notevolmente, via terra, mare o aria, il crescente afflusso di visitatori).

 

Ma la città nasconde anche antichi legami col proprio passato.

Dal lungofiume, chiamato dagli Inglesi Bund, dove spiccano maestosi edifici in stile europeo costruiti intorno agli anni ’30 (uno su tutti, l’Hotel della Pace, che mantiene ancora oggi la sua originaria vocazione alla musica jazz), al porto, dove transitano anche sottilissime giunche in risalita dal fiume Wusong; dal Renmin Gongyuan, un tempo, specie nella parte occidentale, zona di "peccatori", con i suoi locali a luci rosse, le sue case d’appuntamento e le sue fumerie d’oppio, alla Città Vecchia, tra le piccole vie e le caratteristiche abitazioni.

Dal Yu Yuan, il giardino del Mandarino Yu fatto costruire nel 1577, al Tempio del Buddha di Giada, dalle particolarissime pareti color zafferano, segno di un’apertura, non solo culturale ed economica, che è nel DNA della Cina molto più di quanto racconti la sua storia recente.