In Mongolia, sulle tracce di Gengis Khan

Una nazione enorme ma completamente priva di sbocchi sul mare, un territorio coperto principalmente dalla steppa o dall’immenso Deserto del Gobi, temperature che negli inverni più rigidi possono raggiungere i 50° sotto zero, una scarsissima densità di popolazione: ci sono tutti i deterrenti per fare della Mongolia una terra di nessuno, abbandonata a se stessa e priva di fascino.

Partendo proprio dalla criticità delle sue caratteristiche, invece, la Mongolia ha saputo sfidare il destino imponendo al mondo tutta la sua magia.

 

Un viaggio che è un’avventura, in cui non sono le folle ma i silenzi a dominare, in cui non s’incontra la ricchezza architettonica dei grandi centri urbani ma la vastità degli spazi e la potenza di una cultura nomade ancora presentissima.

La storia di questo paese parte da una dominazione arrivata a noi già attraverso le celebri memorie di Marco Polo. I Mongoli, unificati sotto Gengis Khan, furono artefici di un impero così vasto da comprendere persino la confinante Cina, la cui perdita nel 1386 né decreto l’inesorabile fine. Da lì in poi un tormentato percorso che passa per la conversione al Buddismo, per la dominazione dei Manciuri, per le fortissima influenza sovietica, fino ad un presente in cui la Mongolia sta portando avanti un faticoso processo di ripresa.

Per la sua storia e la sua economia, questa terra può essere solo meta di autentici viaggiatori, dotati di organizzazione e spirito di adattamento, sensibili nei confronti della diffusa povertà e dei problemi che si trascina dietro, aperti alle suggestioni culturali e geografiche di un mondo nomade, di cui l’antico popolo dei Tsataan – purtroppo oggi a rischio di estinzione – rimane il testimone più autentico.

 

Una valigia maneggevole e ridotta all’osso, passaporto e visto, nessuna particolare vaccinazione (perché il freddo è notoriamente nemico di tutti i parassiti), una buona macchina fotografica e un’attenta valutazione delle combinazioni aeree per la capitale Ulaanbaatar sono le condizioni pratiche necessarie.

Il resto lo mette la Mongolia: una natura incontaminata e maestosa, che si muove dalla steppa al deserto ai rilievi montuosi dell’Altai, rispetto alla quale l’uomo sembra una presenza insignificante, una popolazione (di cui le renne sono parte integrante) dall’ospitalità proverbiale e l’insospettabile ricchezza artistica degli splendidi monasteri buddisti sopravvissuti alla decimazione sovietica.