In treno da Pechino ad Hanoi

L’espresso per Hanoi parte due volte alla settimana da Xi Zhan, la stazione ovest di Pechino, nonché una delle più grandi dell’Asia.

La traversata dura quarantaquattro ore attraverso un paesaggio ininterrotto di campi di grano, dove di tanto in tanto si intravedono le lapidi dei cimiteri sparsi lungo la campagna.

Talvolta però la continuità del paesaggio si spezza, come quando si incontra la gigantesca cattedrale neogotica a sud di Pechino costruita dai francesi un secolo fa.

L’espresso per Hanoi fa solo una dozzina di fermate, brevi occasioni per sgranchirsi un po’ le gambe e acquistare cibo e bevande dei carrelli sui marciapiedi delle stazioni: tofu marinato, uova bollite nel tea, gnocchi al vapore e birra.

Si passa per la città di Henan e Zhengzhou.

Proseguendo il viaggio, il treno attraversa il maestoso fiume Yangtse, il Fiume Azzurro, il più lungo dell’Asia (6300km), che sorge nei monti del Tibet e sfocia nel Mare Cinese Orientale.

Qui il paesaggio cambia colore: il rosso della terra, il marrone delle risaie, il bianco dei fiori di un albero di susine, fino ai neri tetti d’ardesia. Il treno si ferma a Nanning tre ore per staccare alcuni vagoni: solo tre vagoni proseguono per Hanoi.

A mezzanotte si intravede il confine vietnamita, con i suoi impiegati di frontiera annoiati e il sordo rumore dei timbri che ancora vengono apposti sul passaporto.

Non è una vacanza di relax, non c’è l’aria condizionata degli aeroporti e le stazioni sono affollate di uomini provenienti dalle campagne ma c’è la rassicurante monotonia dei binari e gli scomparti del treno sono quasi tutti vuoti, perché non sono molti i cinesi diretti in Vietnam.

Però il treno rimane il mezzo migliore per visitare la Cina, come qualsiasi altro paese. Il giornalista e scrittore Tiziano Terzani, in uno dei suoi libri più celebri, Un indovino mi disse, racconta di come gli fosse stata predetta un’orribile sciagura se a un certo punto della sua avesse provato a volare; e così visitò tutto l’oriente a piedi e in treno.

Ma forse non c’è bisogno di un indovino per abbandonare per una volta le nostre comodità e riscoprire il tempo che scorre sui binari.