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Shodan, il motore di ricerca che preoccupa la Rete

LaRedazione - 6 settembre 2013
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6 settembre 2013
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Ancora una volta le nuove tecnologie fanno discutere, e l’ultimo caso a cui web e stampa danno risalto è quello di Shodan, un motore di ricerca in grado di indicizzare tutti i dispositivi connessi alla rete. Il caso è esploso negli Stati Uniti, dove un 34enne americano, Marc Gilbert, padre di una bambina di due anni è stato vittima di un hacker che ha sfruttato proprio Shodan per introdursi, seppur virtualmente, in casa sua. L’uomo era tornato dalla propria festa di compleanno, e stava per entrare nella camera di sua figlia per darle la buonanotte ma, mentre era ancora fuori, ha sentito chiaramente la voce di un uomo provenire dall’interno. Il panico ha avuto la meglio su Marc, che si è precipitato in camera in cerca di un aggressore che in realtà non c’era, o meglio non nel senso letterale del termine. Tutto ciò che era presente in camera era una voce, tetra, che fuoriusciva dal baby monitor installato in camera, e che ripeteva questa frase: “Wake up you little slut“. Un uomo, dunque, la cui identità resta ignota, era riuscito a indicizzare l’indirizzo IP del baby monitor, riuscendo a vedere quanto accadeva in quella stanza, trasmettendo addirittura la sua voce.

Tutto ciò non è altro che l’evoluzione più macabra di quello che oggi è definito Internet of things, ovvero l’evoluzione di oggetti comuni, come una tv, un semaforo o un baby monitor, che risultano ormai tutti connessi alla rete e dunque forniti di un indirizzo IP che, se non correttamente protetto, può essere facilmente indicizzato, consentendo l’accesso a malintenzionati, in grado di ottenere libero e totale accesso alla nostra vita privata.

Oggi le cose per i cosiddetti “intruder” sono rese ancora più facili da un motore di ricerca, Shodan, che invece di indicizzare dei normali siti web, indicizza gli oggetti connessi al web. In pratica è semplice avere accesso a un elenco dettagliato e colmo di specifiche tecniche inerenti i dispositivi dotati di indirizzo IP. A inventarlo è stato un laureato in bioinformatica americano, John Matherly, il quale però respinge ogni accusa e, dalle pagine di Forbes, la giornalista Kashmir Hill lo difende, sostenendo che il 29enne abbia evidenziato una falla nel sistema. Shodan infatti non basta per introdursi in un sistema, bensì getta soltanto luce sui dispositivi connessi che potenzialmente possono essere attaccati, se privi di protezione. A rendere accessibile il baby monitor però è stato un errore della ditta produttrice cinese, che come protezione aveva impostato la semplice parola “admin”. Un errore che costerà caro all’azienda, contro la quale si scaglierà presto una class action, alla quale parteciperanno ben quarantamila persone.

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