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Gomorra: la serie al di là delle polemiche

Teresa Soldani - 7 maggio 2014
Teresa Soldani
7 maggio 2014
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gomorra la serie al di là delle polemiche

A giudicare dalle reazioni del pubblico espresse su Twitter scorrendo l’hastagh #Gomorralaserie che ha dominato la serata di ieri durante la diretta dei primi due episodi del nuovo programma trasmesso da Sky Atlantic, il giudizio sembra essere decisamente positivo.
Il nuovo progetto di Stefano Sollima (direttore artistico dell’amatissimo Romanzo criminale), Francesca Comencini e Claudio Cupellini tratta la storia della faida tra il clan dei boss Pietro Savastano (Fortunato Cerlino) e Salvatore Conte (Marco Palvetti). La serie ha richiesto oltre trenta settimane di riprese nel territorio partenopeo, scelta artistica che sicuramente ha pagato i produttori ed il pubblico in termini di qualità e realismo. Ricostruire infatti un ambiente come quello di Scampia sarebbe stato molto difficile, atmosfera e colori di luoghi come quelli ricostruiti in uno studio non avrebbero mai potuto rivaleggiare con l’originale.

Gomorra è una bella serie che, fortunatamente, ha ben poco a che fare con gli standard a cui la televisione nostrana ci ha abituato. Quello che salta immediatamente all’occhio è il sapiente lavoro di Patrizio Marone, direttore della fotografia, che riesce a rendere al meglio le ambientazioni decadenti protagoniste della serie. In Gomorra infatti l’ambientazione in cui si svolgono gli eventi è tanto importante quanto i protagonisti della storia, in una sorta di serie/denuncia il cui intento sembra quello di raccontare senza filtri la vita di chi in quei luoghi dominati dalla camorra ci vive davvero.
La scrittura decisamente dark, l’uso del linguaggio e il modo diretto in cui gli eventi vengono narrati, fanno di Gomorra un esperimento sicuramente riuscito, sebbene molto cupo.
I tempi sono a volte forse un po’ troppo dilatati, sebbene vi siano molte scene d’azione, infatti, non si può dire che il ritmo dei primi due episodi non sia a volte troppo stanco. In questo credo che la formula di far durare gli episodi un’ora, piuttosto che i 45 minuti prediletti dai nostri “cugini americani” non sia necessariamente di aiuto allo show. La necessità di gestire tempi più ristretti avrebbe probabilmente imposto un ritmo più godibile agli episodi.

Capitolo a parte va aperto per la lingua usata nella serie, perché il napoletano più che un dialetto è proprio una lingua, e perché si capisce perfettamente che è stato fatto un attento lavoro che cercasse di bilanciare la necessità del realismo con la comprensione del pubblico. Sentire uno scambio tra uno spacciatore ed i suoi clienti  in perfetto italiano non avrebbe avuto infatti alcun senso, ma non si poteva nemmeno arrivare all’eccesso di usare un napoletano così stretto da diventare incomprensibile ai più. Per questa ragione i testi sono stati adattati anche con l’aiuto di persone del luogo, traducendo di fatto solo alcune delle parole cardine di ogni frase ed ottenendo così il risultato di far comprendere comunque il discorso generale, là dove il dialetto era troppo stretto. Va detto però che in molti hanno comunque scelto di usare i sottotitoli in italiano forniti prontamente da SKY.
La serie in 12 episodi è già stata venduta in diversi paesi all’estero e, per una volta, è quasi piacevole indulgere nel pensiero di quanto difficile sarà per uno straniero cogliere davvero lo spirito del programma senza comprenderne fino in fondo il linguaggio o il lavoro che è stato fatto su di esso.

Gomorra descrive un ambiente crudo, senza redenzione ed è forse questo l’ostacolo più difficile da superare.
In un ambiente completamente abbandonato dallo Stato, le poche volte che le forze di Polizia vengono mostrate, sono ombre a margine della storia che parte di essa, da spettatore risulta praticamente impossibile legare davvero con i protagonisti. E’ di fatto infatti impossibile provare un senso di empatia verso lo stanco boss Savastano, la moglie Imma (Maria Pia Calzone),  il figlio Genny (Salvatore Esposito) o il luogotenente Ciro (Marco D’Amore), restano e sono delinquenti le cui azioni finiscono per far osservare la serie con un certo distacco quasi documentaristico, il che forse non è un vantaggio per Gomorra. Ma proprio questo problema apre le porte ad una questione annosa che riguarda le serie televisive, il realismo e l’intento con cui vengono presentate al pubblico.
Sembra infatti che Gomorra sia un tentativo crudo e distaccato di mostrare la realtà in tutta la sua lucida violenza, ma così facendo perde un elemento prezioso per il pubblico, la capacità di intrattenere. Quando diventa difficile rapportarsi ai protagonisti, quando l’ambiente descritto e le storie sono tanto lontane dal “vivere comune,” la sensazione  che resta è quella di guardare una sorta di documentario che non mancherà di interessare, ma che non intrattiene nel vero senso del termine perché con esso non si riesce a trovare un punto in comune.
Ma questo è forse un po’ un limite delle produzioni nostrane: sembra infatti che non si riesca ancora a trovare un equilibrio tra il classico feuilleton all’italiana con molti pochi contenuti ed una qualità del prodotto molto bassa ed una televisione/verità dal sapore di un documentario come Gomorra. Il risultato, in un certo senso, non è dissimile, sebbene infatti la qualità di Gomorra sia indiscutibilmente superiore, si finisce comunque per osservarla con un certo distacco emotivo che non giova all’affezione nei confronti della storia e dei personaggi.

E’ dovere di cronaca riportare inoltre che la serie non è stata accolta senza polemiche, a causa della sua natura violenta in molti si sono schierati contro di essa, sottolineando come lo show rappresenti solo una parte del territorio partenopeo e come  sia alto il rischio di emulazione delle immagini rappresentate, polemiche alle quali lo stesso Saviano ha risposto dichiarando che “credo che guardare Gomorra e poi emulare le gesta dei personaggi sia profondamente improbabile. Ma per una ragione: quei fatti già avvengono. Guardare alle serie televisive come ad un ufficio stampa del male è uno sguardo un po’ superficiale (…) c’è una parte per bene di Scampia, che soffre nel vedere raccontare il proprio territorio solo con le pistole. A quella parte, io dico che queste storie, in realtà, portando attenzione su queste contraddizioni, portano risorse per affrontarle. E’ con  questa parte con cui io mi voglio confrontare, perché è la parte per bene, è sana.
Ma la realtà è che di sano c’è molto poco in Gomorra e per quanto sia convinta, come dice Saviano, che lo scopo della televisione non sia quello di fare da “ufficio stampa del male,” perché è un modo riduttivo e superficiale di guardarla, sta di fatto che questa serie in particolare ha il sapore di una denuncia e che le polemiche ad essa legata non sono quindi così vuote.

Ciò non toglie ovviamente che Gomorra sia davvero un ottimo prodotto, nonché un tentativo di fare anche nel nostro paese una televisione di alto livello che comincia a guardare alle produzioni americane come oggetto di ispirazione. E’ rassicurante constatare infatti che qualcuno ha finalmente compreso in quale direzione guardare, perché le serie made in USA, per quanto criticabili e lungi dall’essere perfette, sono indiscutibilmente prodotti di alta qualità e di grande successo, venduti in tutti il mondo. Per  quanto dietro a Gomorra possano essere quindi celati alti intenti di denuncia e di realismo, non bisognerebbe dimenticare che i prodotti seriali sono un business e che come tale vanno trattati. Da troppo tempo infatti la produzione italiana aspetta di fare un salto qualitativo in questo campo, che abbiate quindi amato o meno Gomorra, certamente va accolta con favore per la nuova direzione che sembra voler imporre alle serie italiane.

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